Buon 8 marzo… Helvetia

Con l’amaro in bocca, dopo l’annuncio di accantonamento della legge sulla parità salariale, eccoci giunti anche quest’anno all’otto marzo, la giornata internazionale dedicata alle donne. Un giorno in teoria di bilanci, commemorazioni e considerazioni sullo status femminile, ma ….ma  fra mimose sfiorenti, fiocchi gialli, auguri, spogliarellisti, aperitivi e cene solo donne, ben pochi trovano veramente il tempo e la voglia di rattristarsi  riflettendo sulle reali condizioni ed esigenze della donna in Svizzera e nel mondo.

Rattristarsi? Bhe senza allontanarci dalla Svizzera è passata poco più di una settimana dal rinvio alla commissione della modifica riguardante la legge sulla parità salariale uomo /donna e l’amarezza è tanta. Dopo 4 anni di studio e lavoro si è ottenuta una proposta irricevibile dal Consiglio degli Stati poiché troppo burocraticamente complessa, meglio sarebbe prevedere l’uso di una sana, leggera e poco impegnativa autocertificazione.

Una duplice sconfitta per tutte le donne e la società civile elvetica.  Duplice? Certo, la prima risale al 30 giugno 2014 quando la Confederazione e i partner sociali stilano un bilancio a seguito del progetto “Dialogo sulla parità salariale”. Ebbene, sono passati 18 anni dall’entrata in vigore della legge sulla parità salariale (1996) e nulla è mutato per le lavoratrici che continuano ad essere pagate 7000 frs annui in meno dei colleghi maschi pari grado e mansioni …se non è una sconfitta questa, cosa lo è? Certo il Governo Federale preso atto delle violazioni continue, anche in seno all’amministrazioni pubbliche, ha prontamente preso provvedimenti avviando una commissione di studio per la modifica della norma riguardante appunto la parità salariale.

La seconda disfatta la si è avuta appunto fine febbraio scorso. L’amarezza non è stata data solo dalle motivazioni del respingimento, ma dal dover constatare che dopo 4 anni di lavoro la proposta migliore d’intervento per impedire gli aggiramenti dell’attuale legge sulle pari opportunità sia stata di costringere gli imprenditori, di ditte con minimo 50 dipendenti, a fare ogni quadriennio un’indagine sui salari da loro erogati… e poi? Nulla, non vi sono penali o costrizioni, solo una presa di coscienza del consiglio amministrativo o dell’imprenditore di non essere in regola con il principio che pone il dipendente uomo o donna sullo stesso piano e quindi meritevole del medesimo stipendio; oltre la pubblicazione in seno all’azienda dei risultati del sondaggio svolto e supervisionato da enti esterni scelti dall’imprenditori.

Strano come ovunque nel mondo l’unica categoria ad avere la medesima considerazione e trattamento al di là del sesso sia quella delle casalinghe… uomo o donna chi resta a casa non solo non è remunerato, ma viene considerato un pigro scansa fatiche. D’altronde pulire, accudire, cucinare, fare la spesa e fare il triplo salto mortale per arrivare a fine mese non è per nulla faticoso, ma è storia di tutti i giorni dagli albori della società.

Buona Festa della Donna

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